Fin qui, nulla di nuovo nel marketing religioso. Ma poi, all’improvviso, il tono cambia.
Il video racconta la situazione in Venezuela, dove l’economia è allo stremo, i prezzi del cibo sono alle stelle e intere famiglie vivono nella precarietà.
Eppure — dice il narratore — “a luglio 2024 le operazioni di soccorso sono terminate, perché i fratelli sono di nuovo in grado di provvedere alle loro necessità”.
Come? “Molti hanno accolto l’invito della filiale a coltivare piccoli orti per dare cibo alle proprie famiglie”.
Dalla carità alla zappa
Eccolo qui, il “miracolo” made in Warwick: dopo mesi di raccolte fondi globali, la sede centrale chiude i rubinetti e dice ai fedeli venezuelani di arrangiarsi.
Niente più pacchi alimentari, niente più aiuti finanziari. Solo vanghe, sementi e orticelli.
Nel video si esulta per “16.457 orti” e “1.087 congregazioni coinvolte”. Numeri che, pronunciati con tono trionfale, suonano come dati di produzione agricola sovietica.
Ma dietro quelle cifre non c’è un piano di sviluppo rurale: c’è la resa di un’organizzazione che non vuole più spendere.
Il messaggio implicito è feroce: “Se sei fedele, Geova benedirà il tuo orto”. E se non basta? Se arriva una siccità, un’inflazione ancora più folle, una malattia?
Silenzio.
La “mano di Geova” si ritira e resta solo la vanga.
La Bibbia come foglia di fico
Ciò che rende il tutto più disturbante è il modo in cui la religione viene piegata per giustificare questa politica. Il video si chiude citando Proverbi 22:9 — “Il generoso sarà benedetto, perché condivide il suo cibo con il povero” — ma nella pratica, l’organizzazione non “condivide”: incoraggia i poveri a coltivarsi da soli il proprio cibo.
Un cortocircuito teologico evidente, soprattutto se si pensa a Giacomo 2:15-16:
La risposta di Giacomo è chiara: a nulla.
Ma la politica del Corpo Direttivo dei Testimoni di Geova sembra aver trovato una terza via: non “dire andate in pace”, ma “andate a zappare”.
Il paradosso è ancora più grave se si pensa che lo stesso passo biblico è stato per decenni citato nelle pubblicazioni ufficiali della Torre di Guardia per esortare a “dare concretamente” ai bisognosi. Oggi, invece, quel principio è diventato una formula retorica buona per convincere milioni di fedeli nel mondo a continuare a donare, anche se i fondi non arrivano mai a chi ne avrebbe davvero bisogno.
Beneficenza o autoconservazione?
L’immagine che emerge è quella di una beneficenza autoreferenziale.
Le donazioni servono — dicono i video — per costruire “Sale del Regno”, finanziare “comitati di soccorso”, aiutare i fratelli “a continuare a servire Geova”.
Traduzione: i soldi restano nel circuito interno.
Non vanno a programmi aperti alla collettività, non finanziano ospedali, scuole, progetti pubblici o alimentari.
Servono a tenere in piedi la macchina stessa del culto: edifici, logistica, marketing religioso, infrastrutture mediatiche.
Chi osserva da fuori potrebbe pensare che si tratti di un’associazione no profit. Ma secondo il Codice del Terzo Settore, un ente benefico deve:
- Operare senza scopo di lucro a beneficio della collettività (art. 5);
Gestire le risorse in modo trasparente (art. 13);
Rendere pubblici i bilanci e rendere conto delle spese (artt. 79, 83).
“Geova provvederà” (ma intanto paga tu)
Il caso Venezuela è solo l’ultimo capitolo di una lunga serie.
Ogni volta che una crisi esplode — guerra, uragano, pandemia — la macchina si rimette in moto:
video, testimonianze, musica commovente e un appello alla generosità globale.
Poi, quando i riflettori si spengono, l’emergenza viene ridefinita come “opportunità di mostrare fede”, cioè di cavarsela da soli.
E mentre i fedeli continuano a donare, convinti di finanziare opere caritatevoli, i dirigenti di Warwick (USA) consolidano un impero immobiliare e mediatico che vale centinaia di milioni di dollari. È il perfetto schema piramidale della “beneficenza autoreferenziale”: il vertice raccoglie, la base sopravvive, e chi rimane senza nulla viene invitato a credere che “Geova provvederà”.
Una fede che non nutre
Alla fine, ciò che rimane è la sensazione di un tradimento silenzioso. Una comunità che predica l’amore fraterno ma chiude i fondi proprio mentre la gente soffre. Un Dio che, nel racconto ufficiale, “rende felice chi dona”, ma nella pratica sembra disinteressarsi di chi non ha più nulla da dare.
Giacomo 2:15-16 torna come un pugno allo stomaco: “A che giova?”. La risposta, guardando questo video, è semplice: giova solo all’organizzazione.
Postilla
Non si tratta di attaccare la fede, ma di denunciare la sua strumentalizzazione.
Quando la religione serve per coprire un’economia interna da milioni di dollari, quando la povertà diventa materiale promozionale per raccogliere altre donazioni,
e quando chi soffre si sente dire “fatti un orto”, allora non siamo più davanti a un’opera spirituale, ma a una messa in scena cinica e disumana.
